Scene di vita scolastica 1
Per wikipedia L'attimo fuggente esce in Italia a gennaio del 1990, io sono invece convinto che esca a fine 89. Perché? Perché insegno nella scuola media di Castelgugliemo dal 16 ottobre al 19 diecembre di quell'anno ed è lì che dopo un'ora di preparazione meticolosa faccio salire i miei alunni sui banchi ispirato proprio dalla visione del film sulla setta dei poeti estinti.
Vengo catapultato in classe con la sola presentazione del bidello. Ho da un lato la sensazione di essere abbandonato (nessun controllo), dall'altra di essere totalmente libero di sperimentare.
I ragazzi sono demotivati e mi interpellano ogni giorno (con il loro disinteresse) sulla validità delle cose che insegno loro. Io sono ancora fermo alla lezione frontale, che non funziona. Mentre spiego, dopo essermi preparato meticolosamente, c'è chi chiacchiera, chi scarabocchia sul banco, chi mi interrompe con battute quasi mai azzeccate. Sulla strada del ritorno, la mezz'ora d'auto che mi separa da Rovigo mi serve ogni giorno per smaltire la rabbia prima e per studiare nuove modalità e strategie che poi perfeziono a casa nel momento in cui preparo le nuove lezioni. Le cose però migliorano molto lentamente, fino alla visione dell'Attimo fuggente.
Il giorno dopo, probabilmente un lunedì, entro in classe e cambio la disposizione all'interno dell'aula: i banchi tutti dietro le sedie a semicerchio, la cattedra appoggiata al muro ed io, indifeso, solo con la mia sedia davanti a loro.
Stiamo lavorando sul testo descrittivo e io chiedo loro di accovacciarsi davanti alle loro sedie, di guardare l'aula e di descriverla per iscritto. La situazione è nuova, apparentemente più libera e inaspettata; mi guardano chiedendosi dove si andrà a parare. Anche i più indisciplinati seguono le mie direttive senza commentare. Chiedo loro poi di sedersi di osservare nuovamente e di realizzare una nuova descrizione. A questo punto dico di salire in piedi sulle sedie di osservare ancora e di creare un nuovo testo. Nessuno fiata. Il tutto non mi sfugge di mano nemmeno per un secondo, non per merito mio ma della situazione totalmente nuova in cui li ho inseriti.
"Rimettete in ordine l'aula e cominciate a scrivere" dico io a questo punto. E comincio a dettare un testo sulla differenza tra chi crede di sapere e rimane quindi costantemente ripiegato su se stesso e chi invece non si accontenta di ciò che sa e sente continuamente il bisogno di crescere e imparare...
"E adesso cosa vi resta da fare?" chiedo loro.
Gli occhi sono increduli, si guardano come se non potesse essere vero, alla fine uno dei più difficili da gestire ha il coraggio di dire "i banchi professore, dobbiamo salire sui banchi", "e cosa aspettate" rispondo io ostentando una calma dettata solo dall'incoscienza dei miei 26 anni.
Salgono sui banchi felici, ma in un silenzio quasi irreale, si guardano attorno scendono e completano la loro descrizione.
Di questa esperienza non parlano con nessuno dei colleghi e quando il 19 di dicembre concludo la mia supplenza mi salutano con dei bigliettini in cui è scritto grazie per quella cosa... Ci hanno pensato loro a proteggermi.
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