pensieri sparsi di chi nella caverna ha scelto di ritornarci tutti i giorni. Senza perdersi però!
martedì 6 aprile 2010
Il precariato 2
Per wikipedia L'attimo fuggente esce in Italia a gennaio del 1990, io sono invece convinto che esca a fine 89. Perché? Perché insegno nella scuola media di Castelgugliemo dal 16 ottobre al 19 diecembre di quell'anno ed è lì che dopo un'ora di preparazione meticolosa faccio salire i miei alunni sui banchi ispirato proprio dalla visione del film sulla setta dei poeti estinti.
Vengo catapultato in classe con la sola presentazione del bidello. Ho da un lato la sensazione di essere abbandonato (nessun controllo), dall'altra di essere totalmente libero di sperimentare.
I ragazzi sono demotivati e mi interpellano ogni giorno (con il loro disinteresse) sulla validità delle cose che insegno loro. Io sono ancora fermo alla lezione frontale, che non funziona. Mentre spiego, dopo essermi preparato meticolosamente, c'è chi chiacchiera, chi scarabocchia sul banco, chi mi interrompe con battute quasi mai azzeccate. Sulla strada del ritorno, la mezz'ora d'auto che mi separa da Rovigo mi serve ogni giorno per smaltire la rabbia prima e per studiare nuove modalità e strategie che poi perfeziono a casa nel momento in cui preparo le nuove lezioni. Le cose però migliorano molto lentamente, fino alla visione dell'Attimo fuggente.
Il giorno dopo, probabilmente un lunedì, entro in classe e cambio la disposizione all'interno dell'aula: i banchi tutti dietro le sedie a semicerchio, la cattedra appoggiata al muro ed io, indifeso, solo con la mia sedia davanti a loro.
Stiamo lavorando sul testo descrittivo e io chiedo loro di accovacciarsi davanti alle loro sedie, di guardare l'aula e di descriverla per iscritto. La situazione è nuova, apparentemente più libera e inaspettata; mi guardano chiedendosi dove si andrà a parare. Anche i più indisciplinati seguono le mie direttive senza commentare. Chiedo loro poi di sedersi di osservare nuovamente e di realizzare una nuova descrizione. A questo punto dico di salire in piedi sulle sedie di osservare ancora e di creare un nuovo testo. Nessuno fiata. Il tutto non mi sfugge di mano nemmeno per un secondo, non per merito mio ma della situazione totalmente nuova in cui li ho inseriti.
"Rimettete in ordine l'aula e cominciate a scrivere" dico io a questo punto. E comincio a dettare un testo sulla differenza tra chi crede di sapere e rimane quindi costantemente ripiegato su se stesso e chi invece non si accontenta di ciò che sa e sente continuamente il bisogno di crescere e imparare...
"E adesso cosa vi resta da fare?" chiedo loro.
Gli occhi sono increduli, si guardano come se non potesse essere vero, alla fine uno dei più difficili da gestire ha il coraggio di dire "i banchi professore, dobbiamo salire sui banchi", "e cosa aspettate" rispondo io ostentando una calma dettata solo dall'incoscienza dei miei 26 anni.
Salgono sui banchi felici, ma in un silenzio quasi irreale, si guardano attorno scendono e completano la loro descrizione.
Di questa esperienza non parlano con nessuno dei colleghi e quando il 19 di dicembre concludo la mia supplenza mi salutano con dei bigliettini in cui è scritto grazie per quella cosa... Ci hanno pensato loro a proteggermi.
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lunedì 29 marzo 2010
Il precariato 1
Tutti dovrebbero provare il precariato.
Per non più di tre anni però.
Essere precari quando si è giovani e senza una famiglia fa bene.
Si cambia scuola si conoscono molti colleghi, molti studenti, collaboratori scolastici, personale di segreteria, dirigenti, diverse modalità di insegnamento e di apprendimento. Si impara a non fossilizzarsi, ad essere flessibili e attenti ai cambiamenti.
Se però il precariato comincia a durare cinque, dieci, quindici anni diventa demotivante e controproducente. L’autostima di chi si sente precario a vita scende di anno in anno e anche il lavoro più bello del mondo rischia di diventare faticoso.
Io comincio ad insegnare nel 1987 e entro nella scuola con un contratto a tempo indeterminato nel 2005 dopo un concorso andato male (1990) ed uno andato bene (1999).
Dopo le prime supplenze brevi ed il servizio militare, posso dire di cominciare veramente la mia esperienza di lavoratore della scuola nel 1989 quando, finita la leva, prendo una classe dai primi di aprile e la traghetto fino al termine dell’anno scolastico: è una seconda media; insegno italiano, storia e geografia.
È il periodo della primavera cinese, gli episodi di Piazza Tienanmen ci tengono incollati davanti ai TG. A governare in Italia è il solito pentapartito guidato da De Mita questa volta, con Gava ministro dell’interno.
A quei ragazzi mi affeziono, e loro si affezionano a me. Io sono ancora un insegnante ruspante, con poca tecnica e molto entusiasmo.
Cambiando scuola in continuazione nel corso dei tre anni successivi comincio però ad affinare anche il mio stile: comincio a lavorare applicando il Cooperative learning, che il prof. Comoglio proprio in quegli anni sta portando in Italia. In questo modo, tra una supplenza di due mesi e una di due settimane, insegno fino al luglio del 1992 quando arrivo ad essere addirittura chiamato a fare il commissario esterno di filosofia presso un’importante scuola della provincia di Rovigo; devo decidere (assieme ad altri colleghi) della maturità di un gruppo di studenti. Sento il peso della responsabilità del mio lavoro.
Ma dal settembre successivo stop. Non mi chiama più nessuno. Non esisto più. La persona che fino a luglio era stata utile per giudicare dei maturandi, a settembre, improvvisamente, non serve più nemmeno per una supplenza breve, breve.
Non so che fare, aspetto che il telefono squilli, ma tace; mi alzo tutte le mattine alle 8.00 come se dovessi andare a scuola e ne approfitto per leggere, studiare, aggiornarmi un po’ su tutto; continuo ad allenare e contemporaneamente mi prodigo per fondare, con alcuni amici disoccupati come me, una associazione di volontariato.
Sono da poco morti Falcone e Borsellino, a governare l’Italia ci sono Andreotti e Amato e, per non pesare sulle spalle di mia madre, a me non resta che accettare un incarico, come precario in un ufficio: devo curare una ricerca sulle attività formative nella provincia di Rovigo.
Dopo i nove mesi di quest’esperienza capisco una cosa: io non posso che fare l’insegnante! Io, cascasse il mondo, farò l’insegnante!
Prossima puntata: Il precariato 2 (scene di vita scolastica 1)
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venerdì 12 febbraio 2010
Perché ho fatto l'insegnante
Si è appena concluso il mio primo giorno di scuola.
Ho 24 anni mi sono laureato in filosofia a luglio e tra qualche mese partirò per il militare.
C'è un tiepido sole autunnale e penso: mi pagano per una cosa che farei anche gratis.
Da quando ho 17 anni alleno una squadra di calcio giovanile; per me è volontariato, lo faccio perché mi piace; improvvisamente capisco che insegnare è l'attività lavorativa più vicina ad allenare.
Ho davanti a me dei ragazzi che devo allenare a prestazioni sempre più articolate e complesse e che non ho alcuna intenzione di vedere come nemici; saranno i miei compagni di avventura, vinceremo o perderemo tutti assieme.
Quel giorno prendo le decisione della mia vita lavorativa: io da grande farò l'insegnante.
In quel momento non so che dovranno passare 18 anni prima di arrivare ad una assunzione a tempo indeterminato...
Prossimo intervento: Il precariato
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Tanto per cominciare
Agli amici che mi dicono voi insegnanti non fate niente tutto il giorno... e le ferie... e i pomeriggi liberi e... io rispondo potevi fare l'insegnante anche tu; potevi fare anche tu una quindicina d'anni di precariato per arrivare a prendere 1.400 euro al mese. Allora cambiano discorso, stanno zitti oppure fingono di non sapere che è quello lo stipendio di un docente di scuola media. Insisto prova tu a rientrare nella caverna tutti i giorni, a lavorare con un gruppo di preadolescenti in piena tempesta ormonale e a uscirne soddisfatto del tuo lavoro.
Mi diverto molto quando qualche professionista viene a parlare ai miei studenti. Io non li indottrino con le solite storie che devono comportarsi bene o che devono rispettare l'ospite; mi diverto invece ad osservare come l'improvvisato docente provi a conquistarsi l'attenzione e la fiducia di questi ragazzi che quasi sempre vengono trattati da persone più stupide di quello che in realtà sono e quindi alla fine, cominciano a fare confusione e a innervosire il relatore. Dopo un'esperienza come questa le reazioni sono di solito due: la prima è del tipo ma cosa vi hanno insegnato i vostri professori in questi anni? Sono proprio degli incapaci... oppure, la seconda, ma come fanno a lavorare in queste condizioni; gli insegnanti sono proprio dei santi con una grande capacità di sopportazione.
Quasi mai si pensa che dietro alla decisione di fare questo mestiere ci siano scelte legate ad una idea di crescita professionale. L'insegnante è un sognatore un po' saquattrinato incapace di vivere nel mondo degli adulti si pensa comunemente quando se ne pensa bene. Forse è vero.
Io però con questo blog vorrei dimostrare che è anche molto altro.
segue
Il prossimo pezzo: Perché ho fatto l'insegnante
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