lunedì 29 marzo 2010

Il precariato 1


Tutti dovrebbero provare il precariato.
Per non più di tre anni però.
Essere precari quando si è giovani e senza una famiglia fa bene.
Si cambia scuola si conoscono molti colleghi, molti studenti, collaboratori scolastici, personale di segreteria, dirigenti, diverse modalità di insegnamento e di apprendimento. Si impara a non fossilizzarsi, ad essere flessibili e attenti ai cambiamenti.
Se però il precariato comincia a durare cinque, dieci, quindici anni diventa demotivante e controproducente. L’autostima di chi si sente precario a vita scende di anno in anno e anche il lavoro più bello del mondo rischia di diventare faticoso.

Io comincio ad insegnare nel 1987 e entro nella scuola con un contratto a tempo indeterminato nel 2005 dopo un concorso andato male (1990) ed uno andato bene (1999).

Dopo le prime supplenze brevi ed il servizio militare, posso dire di cominciare veramente la mia esperienza di lavoratore della scuola nel 1989 quando, finita la leva, prendo una classe dai primi di aprile e la traghetto fino al termine dell’anno scolastico: è una seconda media; insegno italiano, storia e geografia.

È il periodo della primavera cinese, gli episodi di Piazza Tienanmen ci tengono incollati davanti ai TG. A governare in Italia è il solito pentapartito guidato da De Mita questa volta, con Gava ministro dell’interno.

A quei ragazzi mi affeziono, e loro si affezionano a me. Io sono ancora un insegnante ruspante, con poca tecnica e molto entusiasmo.

Cambiando scuola in continuazione nel corso dei tre anni successivi comincio però ad affinare anche il mio stile: comincio a lavorare applicando il Cooperative learning, che il prof. Comoglio proprio in quegli anni sta portando in Italia. In questo modo, tra una supplenza di due mesi e una di due settimane, insegno fino al luglio del 1992 quando arrivo ad essere addirittura chiamato a fare il commissario esterno di filosofia presso un’importante scuola della provincia di Rovigo; devo decidere (assieme ad altri colleghi) della maturità di un gruppo di studenti. Sento il peso della responsabilità del mio lavoro.

Ma dal settembre successivo stop. Non mi chiama più nessuno. Non esisto più. La persona che fino a luglio era stata utile per giudicare dei maturandi, a settembre, improvvisamente, non serve più nemmeno per una supplenza breve, breve.

Non so che fare, aspetto che il telefono squilli, ma tace; mi alzo tutte le mattine alle 8.00 come se dovessi andare a scuola e ne approfitto per leggere, studiare, aggiornarmi un po’ su tutto; continuo ad allenare e contemporaneamente mi prodigo per fondare, con alcuni amici disoccupati come me, una associazione di volontariato.

Sono da poco morti Falcone e Borsellino, a governare l’Italia ci sono Andreotti e Amato e, per non pesare sulle spalle di mia madre, a me non resta che accettare un incarico, come precario in un ufficio: devo curare una ricerca sulle attività formative nella provincia di Rovigo.

Dopo i nove mesi di quest’esperienza capisco una cosa: io non posso che fare l’insegnante! Io, cascasse il mondo, farò l’insegnante!

Prossima puntata: Il precariato 2 (scene di vita scolastica 1)


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